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GENERAZIONE FUTURO - Roberta De Pace, la social media manager trinitapolese in attività (purtroppo) all’estero

TRINITAPOLI - Nata nel 1991, Roberta De Pace si è laureata in Lettere a Ferrara. Dopo la laurea magistrale in Editoria all’Università di Verona, si è dedicata alla comunicazione digitale e al marketing per Aziende e Privati.

Negli annali della storia familiare, la figura cardine della sua formazione resta il nonno, il professor Stefano Basanisi, uno dei fondatori del liceo “Scipione Staffa” di Trinitapoli e giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno.

Vive nel Regno Unito ma non dimentica mai le sue origini trinitapolesi.

Ci incontriamo nella piazzetta antistante la scuola media inferiore, ora Istituto comprensivo “Garibaldi-Leone”. Non riesco ad immaginare perché Roberta abbia scelto questo luogo per parlare della sua vita con me. Glielo chiedo subito.

Diciamo che il piazzale di fronte alle scuole medie mi ha “spiazzato”. Cosa ti ricorda la scuola?

«La scelta è legata, in parte, alla figura di mio nonno e alle sue parole che spesso mi mettevano in soggezione. La cultura in casa, così come la politica, era sempre circondata da un’aura di alterità - qualcosa di difficilmente accessibile o dicibile -. Questo me le rendeva incredibilmente affascinanti, ma erano anche terreno di soggezione e sensazioni scomode (ancora mi risuonano in mente le parole «Dai, interrogala», oppure «Scrivi un testo per Papi, ché poi lui te lo corregge», che per una ragazzina timida e insicura suonavano terrificanti all’epoca). Eppure, studiare mi è sempre piaciuto. E anche se non ho avuto modo di conoscere davvero Papi, come si faceva chiamare da noi nipoti e dalle sue figlie, ho avuto modo di trovare in alcune delle mie insegnanti un punto di riferimento.

Come ogni persona malinconica che si rispetti, ho scelto la scuola, il luogo del trauma. Penso che le scuole medie siano un po’ per tutti un’officina di traumi - forse gli unici immuni sono i collaboratori scolastici, ma probabilmente nemmeno loro! A questo piazzale associo la mia ansia di essere accettata e riconosciuta, che è una sensazione che ancora adesso associo al mio stare a Trinitapoli. Poi però la campanella suonava, io entravo e sapevo che lì ci avrei trovato la professoressa D’Ambrosio, dentro i cui temi avrei finalmente potuto raccontarmi. Sapevo che qualcuno mi stava leggendo, correggendo. Ancora oggi penso che l’atto d’amore più grande sia trovare il tempo di spiegare qualcosa a qualcuno. Più tardi, al liceo, avrei incontrato un’altra professoressa ad ispirarmi, la prof. Mastrapasqua, che mi ha insegnato ad amare la filosofia e il pensiero critico.

La scuola media però non è un caso. È quel luogo in cui il bambino o la bambina prendono atto di stare crescendo, di poter essere persone adulte. È un posto quindi in cui si impara a rapportarsi agli altri. Io in questo ho sicuramente vissuto un’esperienza più “tosta” degli altri, in quanto bambina disabile. Ma è anche alla luce della mia esperienza che penso che gli adulti debbano riflettere, ogni tanto, e chiedersi: «Come stanno crescendo i nostri ragazzi?». Li stiamo davvero educando alla socialità, al vivere civile, all’accettazione dell’altro e di se stessi?»

Come mai, allora, non hai scelto di diventare insegnante?

«Avrei potuto, e per molto tempo è stato il mio sogno. Sono laureata triennale in Lettere e Lingue, poi laureata magistrale in Editoria. Penso che la scelta di rinunciarci nasca da tre fattori: il primo è che la scrittura persuasiva e pubblicitaria, su cui si basa gran parte del mio lavoro, mi permette di sentirmi ascoltata (dalle medie le persone forse non cambiano poi così tanto). Il secondo fattore è oggettivo, e cioè ad oggi diventare insegnante è un’odissea di concorsi, corsi dai costi esorbitanti, ulteriori mesi se non anni di cattedre accettate in località improbabili e compromessi eterni sotto forma di ruoli di sostegno. Il terzo fattore è strettamente collegato alla natura di questi sacrifici: io voglio sentirmi utile adesso. E voglio poter decidere dove vivere e quindi con chi trascorrere il mio tempo.

Durante l’università e fino a due anni fa ho vissuto per dieci anni in maniera precaria, nel nord Italia, in case condivise con sconosciuti, accettando impieghi temporanei senza la libertà di poter stare con la mia famiglia, o con chi amavo. La vita al nord mi ha dato tanto, per prima cosa un senso di indipendenza e di fiducia in me stessa. Proprio per questo penso che la mia dignità di persona non possa più accettare di inseguire un lavoro che ad ogni concorso non superato faccia a pezzi la mia fiducia in me stessa, e per ogni mese di TFA non pagato eroda del tutto la mia indipendenza. Il lavoro non può annullare il resto degli elementi della nostra vita.

Ammiro chi ci sta provando e chi ce la sta facendo. A Trinitapoli di potenziali insegnanti straordinarie ce ne sono a decine, e alcune le conosco bene. Io però per ora ho trovato la mia profonda gratificazione in un altro lavoro, leggermente diverso.»

Di cosa ti occupi in Inghilterra? Vorresti tornare a Trinitapoli?

«Rientro ogni volta che posso, anche se col Covid è diventato un po’ difficile.

Al momento sto aiutando una scuola di lingue online di stampo montessoriano a crescere. Mi occupo di tutti gli aspetti della comunicazione, dall’assistenza al cliente fino alla redazione di articoli informativi e contenuti pubblicitari relativi al nostro innovativo metodo di insegnamento. Mi piacerebbe fare lo stesso per altri professionisti della nostra città, visto che il mio lavoro è ormai totalmente digitalizzato. Penso che ci sia solo da lavorare sulla percezione del valore della comunicazione online, sia tramite siti web che via social media, anche se ormai chi è che non si informa su Facebook o su internet prima di andare al ristorante o prenotare una visita?

Oltre a questo mi occupo della comunicazione social di un’associazione di volontariato che mi sta molto a cuore e che raggruppa persone con differenze agli arti e famiglie con bambini con la mia stessa disabilità. Se da bambina avessi saputo che non ero l’unica e avessi conosciuto persone con diversità agli arti come me, penso che mi sarei sentita molto meno sola. Col mio lavoro posso fare proprio questo: rintracciare l’attenzione di persone che hanno i nostri stessi ostacoli e farle comunicare tra loro, per aiutarci a vicenda. Penso che riunirci, scambiarci esperienze e opinioni, sia l’unico modo che abbiamo per evolverci e crescere, a prescindere dalla disabilità. Anzi, prendere atto di ciò che è diverso, riuscire a conoscere persone che hanno esperienze totalmente differenti rispetto alle nostre, può dirci tanto su noi stessi. Ed è la ricetta più efficace che abbiamo per crescere, sia come persone che come società.»

Che cambiamento auspichi per il futuro di Trinitapoli?

«Penso che ci sia un urgente bisogno di socialità e di luoghi di aggregazione, soprattutto per i nostri ragazzi e ragazze. La scuola per me è stata l’unico posto in cui ho avuto modo di confrontarmi con i miei pari, ma non può bastare solo questo. I mesi estivi, il tempo libero, al momento sono o occupati da attività a pagamento (e quindi inaccessibili per le famiglie in difficoltà), come i classici calcetto per i maschietti e danza per le femminucce, oppure riempiti dal catechismo. Non ci sono attività ricreative laiche gratuite per i nostri ragazzi e ragazze. La biblioteca comunale “Vincenzo Morra”, di recente restaurata, sta lanciando iniziative di promozione della lettura. Questa cosa mi riempie il cuore, ma per me c’è bisogno di moltiplicare i luoghi di aggregazione per i giovani, spesso raccontati con sdegno e biasimo da noi grandi. Eppure, spetta a noi educarli, dare loro il tempo di crescere e imparare ad essere adulti e adulte migliori di ciò che siamo noi oggi. Educare non significa pretendere di plasmare qualcuno a nostra immagine e somiglianza, ma garantire a chi ne ha bisogno i mezzi per esercitare e materializzare le proprie potenzialità. Penso a laboratori di teatro o di arte, cineforum, corsi base di alfabetizzazione informatica e digitale, Iniziative che non possono e non devono restare appannaggio della sola famiglia e di poche istituzioni pubbliche o private benemerite. La società dovrebbe servire a proteggere i suoi membri: nell’affanno mediatico del connotare questa protezione come difesa contro fantomatici nemici esterni, ci stiamo scordando di dare sostegno a chi è indifeso per definizione, e ha ancora tutto da imparare.»

La biblioteca di Trinitapoli, gestita da più di 10 anni da un’associazione di esperti bibliotecari, è in realtà già molto efficiente, al punto che in collaborazione con le scuole ed associazioni attive sul territorio, Trinitapoli ha ottenuto l’onorificenza dal Cepell e MIUR di “Trinitapolicittachelegge”. Come esperta di comunicazione social, ritieni che si possa fare di più?

«Come ho detto, c’è bisogno di iniziative che permettano un incontro e una collaborazione più continua tra ragazzi. Penso, ad esempio, a laboratori in cui si possa imparare un’attività creativa come il disegno, la scultura o anche il montaggio video - che è una materia che insegnerei volentieri io stessa! Ma parlo anche da persona che ha passato la sua adolescenza nel silenzio della sua cameretta, a leggere. Avrei dato un braccio per conoscere tutte le iniziative organizzate che ho scoperto solo in età adulta. Perché nessuno me l’aveva detto? Come avrei dovuto fare per venirne a conoscenza? Non è solo per deformazione professionale se dico questo, ma per esperienza diretta. C’è concreto bisogno di comunicare tutti gli incontri e le attività formative che evidentemente continuano a svolgersi all’insaputa di quei bambini e di quei ragazzi le cui famiglie non si tengono attivamente informate e non contribuiscono alla vita culturale e politica del paese.

Bisognerebbe capillarizzare di più l’informazione intorno a queste iniziative per non far partecipare solo i membri di nuclei familiari particolarmente attivi nella vita cittadina, che di sicuro soffrono meno di altri l’assenza di stimoli creativi e intellettuali. Spesso restano fuori proprio i ragazzi che avrebbero più bisogno di essere coinvolti. Questi vanno intercettati a scuola, o, perché no, tramite “smartphone”. La biblioteca “Vincenzo Morra” ha già iniziato, e da social media manager posso dire che sta facendo un ottimo lavoro. Bisogna sempre tenere in mente una cosa secondo me fondamentale, che è un po’ il fulcro di questo discorso: i ragazzi più isolati e abbandonati sono quelli che stanno già facendo maggiore affidamento sulle interazioni online. Se è nel nostro interesse intercettare la loro attenzione, per il bene non solo loro ma della Trinitapoli del futuro, dobbiamo imparare ad utilizzare con consapevolezza gli strumenti digitali.

Già sapere che questo articolo verrà pubblicato su un giornale online va nella direzione giusta. Ma non può, e quindi non deve, bastare solo questo.»

Ci auguriamo che Roberta possa tornare nel suo paese, non solo per stare accanto alla sua famiglia ma anche per insegnare ai più giovani “a montare un video”, una delle attività che svolgerebbe volentieri per i suoi concittadini.

ANTONIETTA D’INTRONO