MARGHERITA DI SAVOIA - Dal palco dell’Ariston all’altare il passo, questa volta, è stato breve. Nella parrocchia San Pio, durante la celebrazione domenicale, il parroco don Michele Schiavone ha proposto un momento musicale costruito attorno a Per sempre sì, il brano con cui Sal Da Vinci ha vinto il Festival di Sanremo 2026.
La scena è quella di una chiesa gremita: nelle prime file i bambini e i ragazzi del catechismo, poco più indietro le famiglie. L’altare resta il punto di riferimento. Parte il ritornello. Le voci dei più piccoli si intrecciano, alcune ragazze accompagnano il canto con movimenti semplici e misurati. Il sacerdote invita l’assemblea ad unirsi. Non è l’atmosfera di un concerto, ma il suono compatto di una comunità che canta insieme. Al termine, un applauso spontaneo rompe il silenzio.
È da quell’applauso che l’episodio esce dalle mura della chiesa ed approda online. Il video finisce sui social, rimbalza tra bacheche e gruppi locali, supera rapidamente i confini cittadini. Il confronto si accende. C’è chi parla di sconfinamento, leggendo nell’ingresso di un brano sanremese nella Santa Messa una forzatura del contesto liturgico. Altri, invece, vi riconoscono un linguaggio capace di intercettare i più giovani. Il momento viene così interpretato come un “canto di lode”, nel richiamo alla celebre espressione attribuita a Sant’Agostino: «chi canta prega due volte».
Nel dibattito si inserisce la posizione del parroco. Don Michele Schiavone colloca l’iniziativa all’interno di un percorso quaresimale già avviato. La comunità sta riflettendo sull’uso delle parole, sul peso dei “sì” pronunciati nella vita e, in particolare, sulla “fedeltà” alla luce del Vangelo. È in questo quadro che nasce la scelta del brano. Non l’eco del Festival, ma l’espressione “per sempre” come spunto per interrogarsi sul significato cristiano di un impegno non soltanto emotivo, ma consapevole e responsabile.
La proposta si inserisce in una linea pastorale consolidata. Infatti, non è la prima volta che il sacerdote sperimenta modalità comunicative meno convenzionali. Negli ultimi anni ha promosso formule di catechesi capaci di intercettare adolescenti e famiglie nei loro spazi quotidiani: dalla canonica trasformata in laboratorio di cucina per una catechesi “con le mani in pasta”, agli incontri in palestra per coniugare attività fisica e riflessione sul “corpo come dono”. Iniziative che hanno suscitato interesse e, in alcuni casi, perplessità, ma che rispondono ad una scelta precisa: non modificare il contenuto del messaggio, bensì cercare forme e linguaggi capaci di renderlo accessibile e comprensibile nei contesti di vita delle nuove generazioni.
In questa prospettiva anche Per sempre sì assume un significato diverso. Un brano già entrato nelle case degli italiani diventa un ponte per riportare l’attenzione su contenuti evangelici. Il rischio di trasformare la chiesa in palcoscenico resta una preoccupazione legittima e richiama al necessario equilibrio tra creatività pastorale e rispetto della liturgia. Tuttavia, per il parroco la questione non è spettacolarizzare la celebrazione, ma individuare una soglia di accesso.
Il nodo va oltre il singolo episodio. Come intercettare le nuove generazioni in un contesto culturale profondamente cambiato? Come evitare che la parrocchia venga percepita come uno spazio separato dalla vita reale? La tradizione cristiana, nei secoli, ha dialogato con le culture del proprio tempo, assumendone parole e simboli per orientarli verso un significato più profondo. Anche oggi la sfida sembra essere la stessa.
GIUSEPPE DALOISO