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Forse il Partito Democratico ha bisogno di ricordare che vincere non significa cambiare il mondo

TRINITAPOLI - Il futuro del Partito Democratico dovrebbe interessare non solo una larga parte di italiani che in passato ha votato un partito con la convinzione che fosse di sinistra ma anche chi ha sempre pensato di mettersi un vestito firmato per essere accettato nei club esclusivi del centrodestra. Dopo tanti anni di attività politica svolta a vari livelli di responsabilità nei partiti di sinistra (nati dopo la scissione del P.C.I.) mi permetto di esprimere liberamente, senza alcuna acredine, qualche riflessione sul percorso iniziato dal PD in vista del congresso.

È evidente che il PD ha bisogno di una nuova leadership dopo gli errori macroscopici compiuti nell’ultima campagna elettorale. È stato un incomprensibile suicidio preannunciato con il rifiuto di correre con Conte e con le candidature che hanno penalizzato molto le donne e paracadutato troppi candidati.

La fase costituente ha senso soltanto se si compie un’autocritica totale, radicale, improntata ad un cambiamento effettivo delle pratiche ma soprattutto delle idee. Se non si mettono in discussione il liberismo, il capitalismo, il centrismo, la terza via, il Titolo V e le follie del renzismo, non sarà possibile alcuna rigenerazione ed allora tanto varrà sciogliere un partito che gli elettori futuri faranno scomparire un po’ alla volta, elezione dopo elezione. Le fotocopie della destra vengono buttate nel cestino perché la gente preferisce sempre votare l’originale. La sinistra ha bisogno di un partito che rimetta al centro il lavoro, la coesione sociale, la dignità della persona, l’equità salariale, il rispetto dell’ambiente, i diritti umani e la pace, intesa come antimilitarismo e non come compromesso per non perdere il business delle armi.

Se poi questa discussione sui massimi sistemi si cala nelle sezioni ancora esistenti di provincia ci sarebbe da stendere un velo pietoso su delle pratiche e su delle strategie che più che di sinistra sono semplicemente “sinistre”.

La cultura di destra è ormai così diffusa che molti iscritti, anche in buona fede per carità, pensano di essere di sinistra perché nei consigli comunali propongono la mozione sulla pace o perché si fa qualche manifesto nelle date canoniche come il 25 aprile, il Primo Maggio et similia. Non interessano più, ad esempio, i bilanci partecipativi soprattutto perché la parola “partecipazione” ha perso il valore di un tempo e viene soltanto considerata come un attentato al tempo a disposizione dei manovratori di turno. Tutto qui. Grandi trasformazioni strutturali non se ne vedono più. Si attendono le campagne elettorali dove si tenderà a proporre liste rigorosamente civiche, dove ogni barlume di identità di sinistra deve essere oscurato perché l’unico obiettivo è: vincere, vincere, vincere.

Scompare giorno dopo giorno il sogno di “un altro mondo è possibile”, “un’altra città è possibile” “un altro partito è possibile”.

Se solo si trovasse il coraggio di perdere però con la forza di avere una visione del mondo concentrata non sul proprio ombelico ma su quello di tutti gli ultimi della terra e del proprio paese.

La gente ha bisogno di compagni di lotta e non dei carri dei vincitori su cui fare un giro.

ANTONIETTA D’INTRONO