TRINITAPOLI - Giacomo Triglione, sposato, padre di due figli e nonno a tempo pieno di tre nipotine, è nato nel 1957 in una famiglia cattolica. A 19 anni, dopo la maturità classica, si arruola nell’Esercito Italiano come ufficiale di complemento nella Brigata Pinerolo, congedandosi dopo qualche tempo per aver vinto il concorso nell’allora Poste e Telecomunicazioni, istituto presso il quale ha sempre prestato servizio, diventando direttore nel 2000 fino al 2018. Il suo impegno nell’associazionismo inizia sin dalla sua giovane età, frequentando l’Azione Cattolica. La volontà di volersi mettere a servizio della collettività lo spinse a costituire nel 1992, unitamente a chi condivideva gli stessi valori e ideali, l’AVS, nella quale ha ricoperto la carica di vice presidente. Nonostante gli impegni lavorativi e familiari, la forte determinazione di voler concludere gli studi universitari, accantonati durante la giovinezza, gli ha permesso di conseguire nel 2009 la Laurea in Scienze Giuridiche.
La politica per te è stata una passione giovanile oppure una scelta maturata nel corso degli anni?
«Il mio impegno nella politica risale al 1997, allorquando decisi di scendere in campo alle elezioni del Consiglio comunale per poter dare un contributo attivo al mio paese natio e per mettermi al servizio dei miei concittadini.
Non posso negare però che questa mia passione ha radici più remote. Ed infatti, aver vissuto quotidianamente gli impegni politici e sociali di mio padre Michele, già sindaco nel 1973, ha fatto sì che dentro di me si radicasse in maniera del tutto naturale questa passione per la politica, intesa come volontà di mettersi a servizio degli altri ed amministrare la cosa pubblica per il bene di tutti. Per cui la voglia e la passione c’erano e ci sono sempre stati ed il 1997 ha rappresentato per me il culmine di un processo di maturazione iniziato molto tempo prima».
Hai ricoperto una delle più alte cariche consiliari. Quali sono i ricordi più significativi legati al tuo ruolo di Presidente del Consiglio comunale?
«Sì, è vero. Ho ricoperto per ben due legislature la carica di Presidente del Consiglio comunale e di questo mi pregio e mi onoro.
Sono sempre stato fiero di aver ricoperto tale carica ma devo ammettere che l’impegno è stato gravoso. È necessario garantire lo svolgimento delle attività di Consiglio, rappresenti l’intero Consiglio comunale, ne tuteli la dignità del ruolo ed assicuri l’esercizio delle funzioni allo stesso attribuite dalla legge e dallo Statuto.
Questo è parte di quello che richiede il ruolo che ricopri e devo ammettere che nel corso delle legislature non è stato sempre facile essere lucidi, tenere la barra dritta ed essere super partes.
Ho sempre dato il massimo per svolgere questo compito al meglio…spero di esserci riuscito!
Ricordo ancora con una certa commozione l’accoglienza nella nostra Città di S.E. Arcivescovo Pichierri in occasione della visita Pastorale terminata poi con l’udienza generale da Papa Giovanni Paolo II alla quale mi onoro tutt’oggi di aver rappresentato a livello istituzionale la nostra Città.
Ma non è questo l’unico ricordo emozionante. Ricordo l’evento nel quale fu data lettura del decreto del Sig. Presidente della Repubblica con il quale fregiava il nostro Comune del titolo di “Città”.
Riaffiorano alla mente anche le pagine più buie della storia della nostra comunità cittadina allorquando gli agricoltori e i braccianti scioperarono per riaffermare i loro diritti e salvaguardare la loro dignità.
In quell’occasione l’intero Consiglio comunale fu convocato nella piazza del Comune, all’aperto, per dimostrare ed esprimere anche con i fatti, la solidarietà dell’intera Assise e rafforzare nel contempo le loro richieste e l’affermazione dei loro diritti».
I partiti da qualche lustro non hanno più il prestigio di un tempo. La nostra generazione è cresciuta politicamente in sezioni che avevano segretari, componenti di un direttivo con incarichi specifici (cultura, rapporti con le istituzioni, responsabile femminile, comunicazione, tesoriere, ecc.) e che organizzavano numerose assemblee pubbliche su leggi e su atti amministrativi. Come vivi questo presente politico privo di “coralità” decisionale e di una visione meno localistica?
«In realtà ritengo che il nostro presente politico sia troppo caratterizzato da questioni localistiche prive di alcuna visione politica complessiva. Il dibattito locale è inesistente proprio perché avulso da quello di più ampio respiro nazionale e persino internazionale.
Tale vuoto è colmato dalle mode social del momento che rubano la scena politica per periodi più o meno brevi e circoscritti a qualche mese di campagna elettorale ogni 5 anni.
Credo ancora che i partiti debbano svolgere una funzione di rappresentanza democratica indicata dalla Costituzione ma sono ormai ostaggio di baronetti locali o di lobby nazionali che non consentono a nessuno di coloro che vivono lo spirito civico di partecipare alle scelte che avvengono sempre meno in modo democratico».
Quale potrebbe essere oggi, per i giovani, una “palestra” dove poter manifestare attitudini ed interesse per il benessere pubblico? Ritieni fattibile il voto a 16 anni?
«Viviamo un periodo storico in cui vi è la dissacrazione di ogni convenzione sociale. Il voto a 16 anni costituisce un pericolo considerando il degrado culturale che ha investito la popolazione negli ultimi 30 anni a causa di politiche indirizzate dall’idea consumistica di cui è affetto il capitalismo italiano e mondiale.
Nei paesi come il nostro il voto tra i giovani si è trasformato in mercimonio ed è necessario un impegno di tutta la comunità affinché si possa tornare a trattare con rispetto e sacralità questo diritto fondante della nostra democrazia.
Non bisogna perdere ogni speranza, però, perché ci sono molti giovani che non hanno bisogno di dimostrare a nessuno attitudini e interessi per il bene pubblico e che spesso sono molto più impegnati politicamente di chi lo fa di professione ormai da troppi anni.
Immaginare di avere un metro di misura per stabilire chi ha tali attitudini è un gioco perverso perché la storia politica degli ultimi anni ha dimostrato che tale modo di pensare crea solo mostri».
ANTONIETTA D’INTRONO