LA PAROLA AGLI EX - Michele di Biase ricorda gli anni in cui si diventava sindaco per “disciplina di partito”

TRINITAPOLI - Michele di Biase, classe 1947, coniugato, due figli, quattro nipoti. Impegnato in politica per un paio di lustri, negli anni ’70 è stato consigliere comunale, assessore e sindaco di Trinitapoli. Ha esercitato per diverse decadi la professione di dottore commercialista, operando specialmente nella veste di “consulente del giudice”. È stato ispettore giudiziario, commissario giudiziale, curatore di importanti fallimenti. Tra il 1987 e il 2020 ha pubblicato suoi lavori, da lui distinti in due “scritti seri” e otto “scritti quasi seri”, i suoi preferiti. Di sé dice d’essere un “contastorie” al quale “piace scherzare seriamente, ma non di cose serie”. Tra i suoi tanti estimatori, due grandi pugliesi della scrittura: Maria Marcone e Pasquale Soccio.

Spesso le scelte politiche sono legate alla storia della propria famiglia. Nel 1947, in quale locale di Trinitapoli hai visto la luce?

«Sono nato, e immagino di essere stato concepito, in un monolocale al piano terra della “Casa del Mietitore”, un edificio d’epoca fascista (che mio padre, e altri, chiamavano “Il Sindacato”), acquisito e fatto demolire sul finire degli anni ’50 da don Peppino Nenna (l’atto di cessione venne firmato dall’allora sottosegretario agli Interni Zaccagnini, poi segretario della DC) per realizzare il Villaggio del Fanciullo e la Chiesa Cristo Lavoratore, sulla cui facciata si può tuttora ammirare lo splendido mosaico ideato dal compianto Generoso Quaranta. Nella Casa del Mietitore, o Sindacato che dir si voglia, nel primissimo dopoguerra, imperando la miseria e la penuria di case, vennero temporaneamente alloggiati i “casalini” più bisognosi e meritevoli, fra cui i miei (papà, gravemente ferito combattendo in Libia - il che, successivamente, lo agevolò nell’essere assunto quale vigile urbano -, catturato e curato dagli Inglesi, venne rimpatriato nel ’45. Prima dell’impiego comunale, era bracciante agricolo)».

Incuriosisce questa storia della Casa del Mietitore. Perché veniva detta anche Sindacato?

«Probabilmente perché, come mi raccontò don Angelo Centonze e come peraltro accadde a Foggia e altrove, caduto Mussolini, nel ’44 la Casa del Mietitore venne assegnata alla CGIL - il Sindacato cioè - e in seguito, tenuto conto sia della gravissima situazione socio-economica e sia del fatto che i mietitori “forestieri” erano presenti da noi solo nel periodo della raccolta del grano, venne messa a disposizione, come dicevo, delle famiglie residenti. Ne conseguì che quei lavoratori (numerosi, in gran parte provenienti dal Subappennino Dauno) furono costretti a trovare una diversa sistemazione: la strada. Più esattamente, quasi sempre i marciapiedi intorno alla centralissima Chiesa di Sant’Anna. È durata fino ai primi anni ’60. Potevi vederli, e io li ho visti, sfatti dal sole e dalla fatica, distesi in terra, una coperta sopra e una sotto, uno accanto all’altro a formare lunghe file scompostamente ondulate e nereggianti. I giovanissimi ne restavano letteralmente impauriti. Dove mangiavano? Lì, silenziosi e solidali, per terra. I bisogni fisiologici? Ovunque in caso di indifferibile necessità, altrimenti in un campo a ridosso del Palazzo Municipale. Le fontane pubbliche per lavarsi. Sommariamente. Molto sommariamente.»

Sei stato, nei primi anni ’70, il più giovane assessore al Bilancio del Comune di Trinitapoli. Quali erano i più grossi problemi finanziari del Comune in quell’epoca?

«Ti prego di esimermi dall’elencarli, i problemi finanziari: ruberei troppo spazio alle altre domande. Ma non era questo, il numero e la gravità dei problemi, a rendermi riottoso nell’accettare l’incarico. La causa risiedeva piuttosto nella consapevolezza che di finanze comunali e loro amministrazione non ne sapevo granché (a differenza di mio fratello Tonino, che a mio avviso - lasciamelo dire - è stato il più bravo assessore alle Finanze dal dopoguerra e fin qui). Ma intervenne il Partito, il PCI, tramite Arcangelo Sannicandro, oggettivamente il più competente e dotato in politica (allora sindaco per la prima volta e in prosieguo ancora sindaco, quindi consigliere provinciale, poi regionale e infine deputato della Repubblica): “E allora? Dov’è il problema? Studia, informati, impara. E muoviti a farlo”. Per fortuna ci andò bene. Ci andò bene nonostante la montagna di debiti fuori bilancio contratti dalla precedente amministrazione specialmente quando, per fini palesemente clientelari, prendendo a pretesto lo stato di “agitazione popolare”, in prossimità delle elezioni comunali, elargì in abbondanza i cosiddetti buoni-pasto, sovente utilizzati per scopi affatto diversi da quelli alimentari. Il “popolo”, nell’immediato, gradì, prese e consumò a sbafo. Poi, re melius perpensa, come pentito, punì la dissipazione, cui nondimeno aveva concorso. E dunque, contrariamente alle aspettative centriste, la sinistra avanzò».

Diciotto mesi, la durata del tuo mandato di sindaco, sono stati un arco di tempo troppo breve per rivoltare il paese “come un calzino”, per usare una frase popolare di qualche anno fa. Il sindaco Michele di Biase ha però lasciato un segno indelebile nel paese. Quale?

«Segno indelebile in paese, dici? Su di me, sì, qualche segno indelebile è rimasto, eccome se è rimasto, se penso a quel breve ma fin troppo impegnativo e turbolento periodo. Dubito fortemente, invece, che nella stragrande maggioranza dell’odierna memoria collettiva possa rivenirsi una foss’anche minuscola traccia dell’operato della mia amministrazione. (Non per stupida piaggeria, devo dire che se non vi fossero i tuoi ormai ventennali proteiformi interventi “ricostruttivi” della recente storia locale e suoi variegati “personaggi”, a quest’ora i giovani avrebbero già perso del tutto la possibilità di conoscerla, e quindi di individuare le “radici” e così in qualche modo riconoscersi e riconoscere). Ciò detto, posso affermare che qualcosa di buono e duraturo in quel lasso temporale è stato realizzato. Penso, per esempio, intanto al (purtroppo non completato) risanamento del bilancio comunale (venne evitata per un soffio l’espropriazione di settanta ettari di terreni di proprietà comunale: quegli stessi terreni che, con altri ottanta, il sindaco Mastropierro (PCI) era riuscito a riottenere dallo Stato all’esito di un lungo e complesso contenzioso), e poi, con la deliberazione numero uno della Giunta da me presieduta, la definitiva risoluzione di un annoso problema, una vera piaga: i continui e devastanti allagamenti di decine e decine di abitazioni nei pressi del canale di Via Porta Pia (u Fennàume) e poi ancora una serie di corposi interventi per viabilità interna e rurale, acquedotti, fogne (tra cui i primi lavori per sotterrare il “canale cinque metri”, una fogna a cielo aperto i cui miasmi invadevano l’intero abitato), illuminazione pubblica, pavimentazione di strade in quartieri da sempre abbandonati. Ma anche per scuole (costruzione di quelle, elementari, di Via Cappuccini, ora Via Lombardo-Radice; ampliamento del liceo, asilo nido, eccetera), alloggi popolari e in zona 167 (divenuta una delle migliori zone della nostra cittadina). Mi fermo qui. Anzi no, dico solo la seguente. Nel marzo del 1979, il Villaggio del Fanciullo sarebbe potuto diventare proprietà comunale. Perché? Perché una bella mattina mi si para davanti don Peppino Nenna e mi dice che vuole donarmi il Villaggio. Nella qualità di Sindaco, è chiaro. Lo conoscevo bene il (poi monsignore) Giuseppe Nenna. Era stato lui a redigere una lettera di presentazione, una vera e propria raccomandazione, allora indispensabile per essere ammessi all’Università Cattolica di Milano, presso cui mi iscrissi alla facoltà di Economia e Commercio. Resomi conto che non scherzava, lo invitai a mettere per iscritto. Lo fece, precisando le condizioni. Le quali comportavano alcuni determinati oneri a carico del Comune; oneri che le competenti Autorità giudicarono congrui e accettabili. L’operazione venne infine giudicata conveniente: il Consiglio Comunale approvò. La DC si oppose. Ma come? Un prete dona al sindaco comunista? Sì, va be’, sarà una brava e simpatica persona, è un comunista berlingueriano, d’accordo, ma comunista rimane. E giù ricorsi, pressioni, compressioni, ingerenze vescovili, mal di pancia e affini. Don Peppino crollò, l’operazione sfumò. Peccato».

Hai detto che fu un periodo molto impegnativo e turbolento. Molto impegnativo lo capisco. Ma eri giovane e forte e quindi… Ma perché turbolento?

«I socialisti, amica mia, i socialisti. Ma non solo loro: soci sostanzialmente alla pari erano anche taluni consiglieri “fuori coro” impegnati a dare appoggio esterno all’amministrazione (che, ahimè, era “minoritaria”). Prima della mia, l’amministrazione comunale era stata retta da due sindaci espressi da coalizioni di centro sinistra (DC-PSI), ciascuno delle quali non durò molto: in Giunta si litigava di brutto. E successe che “tra i due litiganti, il terzo”, cioè il PCI, godette. O meglio si ritenne che potesse goderne. I consiglieri socialisti (ricordo a me stesso che all’epoca non v’era ancora l’elezione diretta del sindaco: questi veniva eletto dai e tra i consiglieri comunali), si “deliziarono”, così si disse, di votare me in sede di ballottaggio: da una parte il candidato democristiano, dall’altra io. La decisione, inaspettata, venne presa durante la seduta del consiglio comunale. Su due piedi, per dir così: l’uno di Arcangelo Sannicandro, l’altro di Silvestro Miccoli (PSI), che ancor prima della riunione del Consiglio, per prudenza doppiogiochista, o lungimiranza se vuoi, s’era “lavorato” quelli del “fuori coro” e qualche democristiano speranzoso. Colto di sorpresa, manifestai ad Arcangelo Sannicandro le mie forti perplessità. Anche stavolta mi venne risposto che il direttivo sezionale del P.C.I. e la federazione foggiana così avevano deciso. Disciplina, compagno, disciplina. Ora, cara Antonietta, dimmi tu, che del “Partito” sei la moglie, potevo io sottrarmi? Accettai (no, obtorto collo, direi di no; ma con una certa dose residuale di dubbi, certamente sì). Giurai il 23 dicembre 1978 e mi misi all’opera. Passano un paio di mesi ed ecco arrivare la prima tegola, la prima croce: il capogruppo socialista, dopo un acceso battibecco con Arcangelo, annunciò che i propri assessori erano pronti a dimettersi. Sopraggiunse tuttavia la ricomposizione, ma, in capo ad un mesetto, voilà, altro battibecco. E via di questo passo, tra alti e bassi, per tutta la durata del mandato. Insomma, amica mia, i socialisti e i loro sempre più ringalluzziti ed esigenti confinanti furono ad un tempo, nel tempo, croce e delizia. Più croce che delizia, in verità. L’amministrazione cadde nella primavera dell’80. Erano affiorati debiti risalenti, molto risalenti, resisi certi ed esigibili a seguito di sentenze passate in cosa giudicata. Se non fosse stato approvato il bilancio comunale, i creditori avrebbero potuto porre in essere azioni esecutive sul patrimonio immobiliare comunale. Di questo profittarono i “fuori coro” che, in coro, vociarono il de profundis: approviamo il bilancio - dissero - a condizione che, immediatamente dopo l’approvazione, il consiglio comunale venga sciolto a seguito di dimissioni della maggioranza dei suoi componenti. Esproprio o scioglimento, tertium non datur. Non esitammo nell’opzione: scioglimento».

Hai chiuso da tempo la tua stagione politica. Ora segui gli effetti delle quattro stagioni nel tuo bel giardino. Cosa diresti ad un ragazzo che voglia impegnarsi in politica?

«Sì, l’ho chiusa da tanto tempo, la mia stagione d’impegno politico-amministrativo. Mi sono bastate le due esperienze cui abbiamo fatto cenno. Vedi: sono venuto sempre più persuadendomi che in fondo non ho mai posseduto le qualità che si richiedono ad un autentico “animale politico”. Quod potui feci, faciant meliora potentes, per dirla con Scipione Staffa (l’economista trinitapolese attivo nella seconda metà dell’800, la cui biografia costituisce la mia tesi di laurea) e come ho già scritto nella mia “Relazione ai Cittadini” dell’agosto 1979. Devo riconoscere che, a mo’ di ricompensa, quelle esperienze mi sono state utili per conoscere più da vicino la macchina amministrativa, comunale e non solo, e il peso non lieve che comporta il suo funzionamento. Non è facile amministrare. Quanto all’attualità trascorro gran parte della mia giornata all’Ortogiardino del Babbut, che, come sai, è stato pensato da mia moglie Rosetta e dai miei figli per i giovanissimi e i giovani, e anche per i non più giovani (d’età, intendo). Il maledetto Covid ha bloccato una serie di iniziative didattico-culturali programmate con l’ausilio del professor Vincenzo Centonze e altri docenti. Leggo, scrivo quando sono in grado di farlo, ascolto buona musica, e riesco ancora a indignarmi per le parole o, peggio, per le malefatte di qualche politicante da strapazzo. Indignarsi non basta, è vero. Ma, necessariamente vorrei dire, l’agire concreto è appannaggio non dico esclusivo, ma largamente prevalente, dei giovani. Ai quali mi permetto di dire: avanti, fatevi sentire. Ma, per favore, possibilmente dopo aver letto e riletto la Costituzione della Repubblica Italiana. Magari con l’ausilio di buoni Maestri».

ANTONIETTA D’INTRONO

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