Cosimo Damiano Damato: «Quei voti alla Lega sono macigni. Serve una nuova Resistenza»

MARGHERITA DI SAVOIA - “Io non mi sento Italiano” cantava qualche anno fa Giorgio Gaber nel suo testamento politico-musicale e dopo le ultime elezioni io “non mi sento più margheritano”. Mi vergogno di essere nato in una città dove, il 4 marzo, trecentottanta persone hanno votato la Lega di Salvini. Se esiste un DPR che permette di cambiare nome e cognome “perché ridicolo o vergognoso o perché rivela l’origine naturale o per motivi diversi da quelli suindicati…” dovrebbe esserci una legge che cancelli il luogo di nascita per la medesima ragione di vergogna: 383 voti alla Camera e 388 al Senato per la Lega.

In un solo istante ho cancellato tutto l’amore per questa città, i ricordi da bambino a giocare sulle montagne sacre di sale, i primi film all’Arena Cral, i libri di poesie letti sotto l’ombrellone d’estate, i primi innamoramenti sulla spiaggia, il Manifesto arrotolato nella tasca dei jeans per rivendicare una appartenenza nelle prime contestazioni al liceo, le canzoni di Pino Daniele cantate nel box con la band liceale, perfino la canzone “Gente di mare” del mio amico Raf ha perduto la sua melodia. Già a fatica si accettava il nome di una monarchica che da regina fu complice di molte repressioni delle rivolte popolari milanesi, ma la poesia della salina, degli specchi rosa, della danza dei fenicotteri, le secche di gennaio, in qualche modo facevano dimenticare quel nome, ma ora la poesia non basta più, Margherita di Savoia è una città di razzisti. Sì, quei trecentottanta voti sono macigni, un segnale forte di una morale alla deriva, già in bilico per la crisi economica, ma ora ad essere in pericolo sono i valori come la fratellanza, il rispetto, la condivisione.

Tutto questo accade a cinquant’anni dal `68 e mi vengono in mente le parole profetiche, filosofiche, politiche e allo stesso tempo poetiche scritte da Jack London attraverso il suo testo civile del 1909 “Rivoluzione” in cui scrive: “Un osso al cane non è carità. Carità è un osso diviso con il cane quando tu sei affamato quanto il cane”. È questa la cifra di combattere dalla stessa parte, della civiltà, dell’aiutare l’altro e non l’odio proclamato da Salvini e la Lega contro i profughi e parliamo di donne e bambini scappati dalla guerra in cerca di una speranza.

Eppure Margherita è una città con il Mediterraneo nel sangue. Mi rivolgo a chi ha votato Salvini: guardatevi allo specchio, nei vostri occhi, nella fisicità; ci sono intere popolazioni, contaminazioni, greche, sumere, arabe, barbare, ascoltate il vostro dialetto, ci sono parole che vengono dall’albanese, è questa la vera ricchezza di un popolo, l’ho percepito proprio il giorno delle votazioni ascoltando Peppe Barra al teatro “Curci”: nel suo sangue non c’è solo Napoli ma l’Africa più tribale che ricongiunge il corpo con l’anima del Mediterraneo, con tutte le sue contaminazioni culturali diventano affluente dello stesso fiume, riuscendo a tracciare un mantra poetico per raccontare il Sud, le terre e il mare; del resto tutto viene dal mare, tutto quello che conosciamo, le pietanze, le essenze, i canti, le storie, tutta la cultura che abbiamo è arrivato da lontano, a bordo di barche attraverso naviganti che approdando sulle nostre coste, amando nello scambio di pelle in una alleanza d’amore, fiato, lingua e nuova vita ha generato la bellezza che oggi abbiamo. Nel nostro sangue, ripeto, ci sono Sumeri e Greci ed oggi, se fossimo capaci di abbracciare i migranti, questo flusso di contaminazione e nuova linfa potrebbe diventare bellezza.

Voglio pensare che quei voti non siano stati espressi dai giovani: tocca a loro prendere coscienza per una nuova resistenza che può partire solo dalla cultura. Nel 2013 al Congresso Giovani Padani, Matteo Salvini urlava: “Ho letto sul Sole24Ore che, ancora una volta, verranno aiutati i giovani del Mezzogiorno. Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano a fanculo i giovani del Mezzogiorno! Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera. Al di là di tutto, sono bellissimi paesaggi al Sud, il problema è la gente che ci abita. Sono così, loro ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo”. Ed ancora: “Chi scappa non merita di stare qui, lo considero un fannullone. E non è un caso che siano Africani o meridionali ad andarsene, gente senza cultura del lavoro”.

Sul mio comodino ho da anni le preghiere di un utopista di Don Andrea, la sua più che catechesi è stata vera poetica. Ho messo le sue preghiere accanto alle opere dei poeti che da sempre mi tengono compagnia la notte: Alda Merini, Antonia Pozzi, Izet Sarajlić e Cervantes con il suo Don Chisciotte. Scrive Don Gallo: “Se il tuo Dio è bambino di strada/umiliato, maltrattato, assassinato, bambina, ragazza, donna violentata, venduta, usata, omosessuale che si dà fuoco senza diritto di esistere, handicappato fisico, mentale, compatito, prostituta dell'Africa, dei Paesi dell'est, che tenta di sfuggire la fame e la miseria creata dai nostri stessi Paesi…emigrato sfruttato e senza diritti, barbone senza casa né considerazione, popolo del Terzo mondo al di sotto della soglia di povertà, ragazza mai baciata, giovane senza amore, donna e uomo cancellati in carcere, prigioniero politico che non svende i suoi ideali, ammalato di Aids accantonato, vittima di sacre inquisizioni, roghi, guerre, intolleranze religiose..ebreo, rom, omosessuale o altro dissidente sterminato ad Auschwitz e negli altri lager nazisti o nei gulag sovietici, morto sul lavoro sacrificato alla produzione, palestinese, maya o indigeno derubato della sua terra, vittima della globalizzazione; se il tuo Dio ti spinge a condividere con loro ciò che hai e ciò che sei, a difendere i diritti degli omosessuali e degli handicappati, a rispettare quelli che hanno altre religioni e opinioni, a stare dalla parte degli ultimi a preferire loro all'oppressore che vive nei fasti di palazzi profani o sacri, viaggia con aerei privati, viene ricevuto con gli onori militari e osannato dalle folle; se egli considera la terra e i beni non come privilegio di alcuni, ma come proprietà di tutti, se ama ricchi e oppressori strappando loro le ingiustizie che li divorano come cancro togliendo il superfluo rubato e rovesciando i potenti dai loro troni sacri o profani, se non gli piacciono le armi, le guerre e le gerarchie, se non fa gravare, come i farisei, pesi sugli altri che lui stesso non può portare, se non proibisce il preservativo che ostacola la diffusione dell'Aids, se ha rispetto per chi vive delle gravidanze non desiderate, se non impone alle donne le sue convinzioni sull'aborto ma sta loro vicino con amore e solidarietà, se non è maschilista e non discrimina le donne, se non toglie alle persone non sposate il diritto di amare, se non consacra la loro subordinazione, se non impone nulla, ma favorisce la libertà di coscienza, se rispetta gli altri dei e le altre dee, se non pensa di essere il solo vero Dio, se non è convinto di avere la verità in tasca e cerca con gli altri; se è umile, tenero, dolce, a volte smarrito e incerto, se si arrabbia quando è necessario e butta fuori dal tempio commercianti e sacri banchieri, se ama madre terra, piante, animali, fiori e stelle; se è povero tra i poveri, se annuncia a tutti il vangelo di liberazione degli oppressi e ci libera da tutte le religioni degli oppressori; allora qualunque sia il suo nome, il suo sesso, la sua etnia il colore della pelle, nera, gialla, rossa o pallida, qualunque sia la sua religione.. egli sarà anche il mio Dio..”.

Ho fatto mio quello che chiamo “il vangelo secondo Andrea” e che ho raccontato nel mio ultimo film “Prima che il Gallo canti” insieme a Vasco Rossi, Guccini, Raf ed altri grandi anime come Don Luigi Ciotti di Libera. Ho avuto il dono di conoscere e frequentare Don Andrea, sul suo feretro c’era il Vangelo e la Costituzione, e non posso accettare che un Salvini qualsiasi, possa giurare su questi testi sacri. Bisogna avere lo spirito incendiato e reagire a questo delirio e riconsegnare un senso alla parola politica come scrive Erri De Luca in “Lettere da una città bruciata” parlando del movimento Lotta Continua: “Politica fu allora una breccia per diritti nuovi, una forza di rovescio di ingiustizie. Partiva dal basso e spostava tutti i limiti imposti dall’alto. Per esempio nelle fabbriche si passava dalla dittatura della produzione alla democrazia dei produttori. Politica era allora una forza che metteva al centro quelli che erano dispersi nella periferia della circonferenza”.

A breve ci saranno le elezioni comunali, io oramai ho la residenza altrove, vivo altrove e voto altrove, torno spesso sì, per passeggiare sulla spiaggia per non dimenticare mai le origini e la cultura popolare che mi porto dentro, non nascondo che a volte penso di voler tornare a viverci, realizzare una scuola di teatro e cinema, donare ai giovani l’esperienza vissuta di questi anni, idea che abbandono subito osservando l’indifferenza e il delirio in cui la città vive. Penso soprattutto al lavoro e alle storie che mi raccontano. La cosa che più mi indigna è la situazione del lavoro: in alcuni luoghi viene usata ancora la parola “padrone”. Ci sono poveri dipendenti che firmano spesso autolicenziamenti e strane penali di segretezza di opere ed omissioni, che non conoscono straordinari in busta paga, che non hanno diritto di parola e di pensiero, questi poveri dipendenti che nonostante le professionalità si ritrovano a fare altro, questi poveri dipendenti ai quali viene concesso “un permesso di un’ora per andare in ospedale a dare l’ultimo saluto ad un padre”, a questi poveri dipendenti che ogni giorno vengono umiliati e depredati della loro dignità di lavoratori e persone, poveri dipendenti che a volte si ritrovano ad essere “ex-dipendenti” senza alcun motivo. Ci sono luoghi di lavoro che apparentemente sembrano la Fabbrica di cioccolato ma a soffermarsi bene ed allargando le narici si sente uno strano odore che non è proprio cioccolato. Qui non c’è Willy Wonka ma Montgomery Burns dei Simpson. Ci sono luoghi che grazie al progetto di “alternanza scuola-lavoro” utilizzano come stagisti gli studenti al posto dei lavoratori (lasciati a casa), sfruttati per mansioni non dovute. Ho parlato con molti ragazzi e dipendenti: gli studenti sostituiscono di fatto i dipendenti (già di solito stagionali e non messi in cassa integrazione ma semplicemente licenziati dopo pochi mesi senza neanche la possibilità di maturare il periodo utile al diritto dell’indennizzo di disoccupazione), è il caso di dire “alternanza-sfruttamento” come l’ha chiamata l’Unione degli Studenti della Puglia. In molti casi il percorso formativo degli studenti diventa percorso anti-formativo, anti-sindacale, anti-morale, anti-etico, anti-civile con l’intento di abituare già da subito al fantozzismo già in uso fra i poveri veterani dipendenti. E penso a Peppino Di Vittorio, alle sue battaglie, penso a come sarebbe bello riprendersi la città, il lavoro è un diritto, la dignità è sacra. Ma ripenso a quei voti alla Lega e se prima non mi sentivo più margheritano ora qualcosa scatta.

Cito spesso le parole del poeta di Sarajevo Izet Sarajlić: "I poeti sono responsabili della felicità dei lettori”. Nonostante i successi letterari, nel periodo della guerra Izet avrebbe potuto andare a vivere a Parigi o altrove ma ha deciso di restare al fianco della sua gente, dei suoi lettori, diventando anche responsabile dell’infelicità dei suoi lettori. Decidendo di restare con loro. Ecco, a lungo ho scritto e difeso la mia città, molte volte sono stato anche criticato per l’eccessiva poesia, dimenticando i problemi, forse distratto dalla mia carriera da regista snobbando quella di cronista che invece conserva il grande valore civile. Ecco il mio amico poeta Tonino Guerra mi ha insegnato la differenza fra vedere e guardare: prima vedevo, ora finalmente guardo ed ho deciso di restare come Izet e fare una lotta al fianco dei lavoratori, dei giovani e della mia città schiacciata “dagli abusi del potere” canta Battiato in “Povera patria” per continuare ad essere “responsabile della felicità e dell’infelicità dei lettori”. Questa non vuole essere una condanna ma un invito rivolto agli imprenditori salinari: pensate ad Adriano Olivetti che diceva che “la fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto? Occorre superare le divisioni fra capitale e lavoro, industria e agricoltura, produzione e cultura. A volte, quando lavoro fino a tardi vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza”.

COSIMO DAMIANO DAMATO

---

LA SCHEDA

Cosimo Damiano Damato è nato a Margherita di Savoia nel 1973. La Cineteca Nazionale gli ha dedicato la retrospettiva “Cosimo Damiano Damato: Visioni, fantasie, sogni, rivoluzioni, poesie e follie”. Poeta, drammaturgo, sceneggiatore e regista riesce a far danzare insieme linguaggi diversi: dal teatro al cinema, con la cifra poetica e civile che caratterizza il suo stile narrativo, apprezzato soprattutto nel mondo indipendente d’autore. Il suo ultimo film è “Prima che il Gallo canti - il Vangelo secondo Andrea”, uscito l’1 febbraio in esclusiva sulla nuova piattaforma tv d’autore LOFT e che vede la partecipazione amichevole, fra gli altri, di Vasco Rossi, Francesco Guccini, Claudio Bisio, Patty Pravo, Raf, Piero Pelù, Caparezza, Don Ciotti, Stefano Benni, Erri De Luca, Federico Zampaglione, Fiorella Mannoia, Patty Pravo. Ha scritto e diretto il videoclip a cartoni animati “Dalla pace del mare lontano” di Sergio Cammariere (Premio Miglior videoclip d’animazione al Roma VideoClip). A teatro ha lavorato con Luis Bacalov, Giancarlo Giannini, Arnoldo Foà, Catherine Deneuve, Michele Placido, Riccardo Scamarcio, Lucio Dalla, Renzo Arbore, Moni Ovadia e Antonella Ruggiero. Per citare qualche film: ha diretto il cartoon “La luna nel deserto”, scritto a quattro mani con Raffaele Nigro, con le voci di Michele Placido e Renzo Arbore (Special Screening al Festival di Venezia e al Giffoni), definito da Vincenzo Mollica “un film poetico che tocca e sconquassa il cuore”. Fra i suoi film cult “Una donna sul palcoscenico” con Alda Merini e Mariangela Melato presentato al Festival di Venezia alle Giornate degli Autori. Per il teatro ha scritto e diretto lo spettacolo musicale “Il bene mio” con Lucio Dalla e Marco Alemanno. Damato è reader e narratore in molti recital: è stato voce recitante nello spettacolo “Poetry Soundtrack” con il Premio Oscar Luis Bacalov e in “Elettroshock” con Antonella Ruggiero, “Lezioni d’amore” con Roberto Vecchioni, “Alda e il soldato rock” con Eugenio Finardi. Si è esibito insieme a Gherardo Colombo al Concerto del Primo Maggio a Roma, recitando “La libertà” di Giorgio Gaber. Documentarista apprezzato ha raccontato al cinema la vita dei grandi artisti italiani del ’900 fra cui Arnoldo Foà in “Io sono il teatro” (presentato alla Festa di Roma), Tonino Guerra in “Os-cia-la bellezza (con la partecipazione di Abbas Kiarostami) presentato al Festival del Cinema Europeo, Ottavio Missoni in “Missoni Swing” (con la partecipazione di Dario Fo e musiche di Renzo Arbore) presentato al Bif&st. Ha firmato la regia con Isabella Santacroce nello spettacolo teatrale “Via crucis”. Ha scritto e diretto diversi recital che hanno visto la partecipazione di Stefania Sandrelli, Isabella Ferrari, Fabrizio Bentivoglio, Carlo Delle Piane, Pamela Villoresi. “Tu non c’eri” è il film breve scritto da Erri De Luca che vede protagonisti Piero Pelù, Brenno Placido e Bianca Guaccero. Il film è disponibile in un cofanetto (libro+dvd) per Compagnia Editoriale Aliberti. Ha condotto il talkshow live “Cinquantanni di improvvisazioni” con Renzo Arbore. Ha pubblicato “La quinta stagione”, un canzoniere che vede la prefazione di Erri De Luca (edito da Compagnia Editoriale Aliberti). Fra i riconoscimenti il Premio Matteo Salvatore, Premio Palmi Sud del Mondo e Roma VideoClip. Da oltre quindici anni è una delle firme delle pagine cultura e spettacolo de La Gazzetta del Mezzogiorno. Tiene corsi di scrittura creativa ed ha condotto diverse conversazioni pubbliche, fra gli altri, con Franco Battiato, Paolo Villaggio, Vincenzo Cerami, Alessandro Baricco, Vinicio Capossela, Gianni Minà, Morgan, Carlo Verdone, Lina Wertmuller.