L’ultimo saluto di Antonietta D’Introno al poeta trinitapolese Peppino Lupo dopo la cerimonia funebre

TRINITAPOLI - “Fai la brava, se mi trovi il libro ti faccio fare la mia commemorazione”.

Sono le parole che mi ha detto Peppino, scherzando, nella sua ultima telefonata. Mi aveva chiesto, come al solito, un suo libro (la traduzione in dialetto trinitapolese del Vangelo di Luca) che mi aveva dato qualche mese prima perché doveva regalarlo ad un dottore.

In tanti anni di amicizia e di collaborazione professionale i libri che ci scambiavamo andavano avanti e indietro più volte perché eravamo entrambi distratti e quando ci servivano non li avevamo “mai” sottomano.

Siamo stati il cruccio del precisissimo e ordinatissimo professor Tonino Zingrillo, suo cognato, con il quale avevamo creato negli anni ’80, insieme al professor Pasquale Fischetti, il gruppo di ricerca linguistica “Quelli dello zero spaccato” (dal titolo “ZERO SPACCATO” di una delle nostre opere pubblicate). Noi quattro ci siamo incontrati per anni nel grande pied-a-terre di Peppino, da lui chiamato “Garconniere”, che in seguito diventò “Giovanottiera” per rispetto del professor Zingrillo che non amava i “francesismi osè” del cognato artista.

L’amico e collega Peppino Lupo non è stato soltanto un maestro, un poeta, un pittore, un contadino, un pescatore, un cacciatore, un fotografo naturalista. Peppino Lupo è stato, e lo sarà per sempre, il personaggio principale di un romanzo di avventura che, al pari del poeta portoghese Fernando Pessoa, riteneva che ci fosse più di una vita in una sola vita.

Tutte le attività e le passioni che lo infiammavano sono state sempre totalizzanti. Il “Peppìn Pescatore”, come lo chiamavo scherzosamente, non si limitava a pescare una “mangiata di cozze”, ma percorreva il mare in lungo e in largo per portare a riva il grande pesce trofeo da 10 kilogrammi che poi condivideva con gli amici a tavola.

E così è stato per la pittura.

I suoi inconfondibili paesaggi pugliesi, i suoi nodosi alberi di ulivo sono stati esposti in mostre collettive insieme a grandi pittori come Remo Brindisi.

Ma è nella poesia in vernacolo che il genio artistico di Peppino ha lasciato una traccia indelebile.

Il suo grande amore per “la parola” ha prodotto versi bellissimi, impreziositi dalle sonorità e dalle metafore del suo dialetto.

Trinitapoli, grazie a Peppino Lupo, rimarrà nell’immaginario collettivo “na ciamboite de casere spannoute o’ saule”, la bella cittadina del sud dove “lo scirocco porta l’odore del mare e il favonio infiamma il cuore”.

Peppino rimarrà l’esempio di un uomo instancabile, il CONTASTORIE per eccellenza che beveva la vita a grandi sorsi.

È riuscito, negli ultimi cinque anni, nonostante i suoi gravi problemi di salute, a non rinunciare neppure alla sua voglia di conoscere il mondo e di scoprire nuove realtà. Quando il suo caro amico Giuseppe Beltotto lo ha invitato a viaggiare con lui, Peppino lo ha seguito con l’entusiasmo di un ragazzino in Turchia, Namibia, Malesia e Marocco.

E tra un viaggio e l’altro ha riempito i vuoti con le proiezioni in DVD delle sue foto scattate nella zona umida e con la recita delle sue poesie in vernacolo sia a Trinitapoli nelle serate estive di “Poesia sotto le stelle” che in trasferta a Sesto San Giovanni al cospetto di centinaia e centinaia di casalini emigrati al nord.

È da quando ho appreso la notizia della sua morte che mi chiedo ripetutamente: può morire veramente un poeta che ci esorta a non vedere tutto nero e oscuro perché “c’è sempre un angolino, uno scappucce nascosto, dove cresce l’erba”?

NO, PEPPINO, TU NON MORIRAI MAI!

Amico mio, continua a raccontare le tue storie a tutte le creature che incontrerai in cielo ma, di tanto in tanto, fai capolino fra le nuvole e facci sorridere con la tua indimenticabile poesia del vecchietto ultranovantenne che di fronte al manifesto mortuario di un suo coetaneo esclama: “Ma non era vecchio assai, altri 4 anni poteva campare!”.

ANTONIETTA D’INTRONO