Interviste di mezza estate - Michele Triglione, un emigrato DOC che non chiamano più “terrone”

TRINITAPOLI - Michele Triglione, 66 anni, sposato con Antonietta Mastrapasqua, un figlio, Francesco, di anni 27. Dopo il diploma di geometra, nel 1976 decide di trasferirsi a Cerea (VR) dove lavora per varie aziende della zona del mobile d’arte per qualche anno; intraprende, poi, la libera professione aprendo lo “Studio Tau” specializzato in marketing e comunicazione. Nel 1987, dopo un concorso pubblico, viene assunto presso l’Azienda ULSS di Legnago (VR) dove lavora attualmente come funzionario amministrativo.

Dopo il trapianto di fegato nel 1991, riprende gli studi universitari che ha dovuto abbandonare anni prima e si laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Padova e in seguito consegue il Master in Comunicazione Pubblica presso l’Università IULM di Milano. Giornalista pubblicista dal 1989 al 1991 e direttore editoriale del periodico ceretano ‘Il Paride’. Nel 1986 viene eletto in consiglio comunale a Cerea e nel 1994 è candidato Sindaco nello stesso comune entrando poi in amministrazione con due consiglieri.

Collabora con l’AIDO per portare la sua testimonianza di trapiantato ed è un terziario francescano già da quando viveva a Trinitapoli dove sono presenti i Frati Cappuccini. L’impegno continua tuttora presso il convento dei frati Minori di Legnago (VR). Dal 1986 sino al 1991 è stato Presidente regionale dell’Ordine Francescano Secolare del Veneto, Friuli Venezia Giulia e Mantova.

D. Perché hai deciso di trasferirti al nord?

R. Per la mancanza di opportunità di lavoro. Come, del resto, molti miei coetanei casalini.

D. Ritieni che sia ormai superato l’appellativo di “terrone” nella tua regione di residenza?

R. Direi che si è spostata l’attenzione sugli extracomunitari. E… qualche “teron” vola ancora. Per quanto mi riguarda credo che, essendo abbastanza integrato nella società civile, non sia più elemento discriminatorio. Anzi se qualcuno chiede le mie origini non fanno che apprezzare la nostra terra di Puglia.

D. Che cosa rimpiangi di più del tuo paese natìo?

R. Certamente la famiglia, gli amici e il suo… insostituibile e indimenticabile clima e i frutti della sua terra.

D. La regione Veneto è stata terra di EMIGRATI (quasi due milioni di veneti a cavallo tra ’800 e ’900, in Brasile, Argentina, Belgio e Nord America) ma anche di IMMIGRATI. Gli attuali sentimenti xenofobi hanno cancellato la memoria di un’epopea veneta di migrazioni, oppure pensi che sia un fenomeno passeggero, enfatizzato da una comunicazione di parte?

R. Sicuramente i mezzi di comunicazione hanno ecceduto. È un popolo laborioso e pieno d’iniziativa. Mi sono trovato bene a lavorare e collaborare con loro. Per dieci anni sono stato coordinatore dei responsabili degli uffici URP della sanità regionale e lavorato con tanti colleghi (quindi un “non” veneto eletto da veneti). Sono fermamente convinto della complementarietà tra le diverse regioni e non della contrapposizione. Insieme gente del nord e del sud possono fare grandi cose, ciascuno con le proprie peculiarità e il modo di vedere e affrontare la vita.

ANTONIETTA D’INTRONO