LA PAROLA AGLI EX - Per Francesco Marrone la politica dovrebbe seguire le regole della “cucina stellata”

TRINITAPOLI - Francesco Marrone è nato a Barletta il 25 aprile del 1977, (i latini avrebbero detto: “in die nativitatis omen”) da genitori casalini, Vincenzo ed Adriana. Bambino introverso, scorbutico, riflessivo è stato molto curioso già dai primi anni della sua infanzia. Alle elementari il suo maestro Peppino Leone gli ha fatto scoprire subito la bellezza delle materie scientifiche trasmettendogli la passione per la sperimentazione, passione che lo porterà a porsi domande sull’origine dell’universo, sul senso della vita ed anche a diversi incendi nella cucina della mamma. I suoi mentori sono stati il nonno Francesco che lo ha cresciuto tra poemi epici e comizi di Berlinguer e gli ha insegnato che la forza bisogna usarla non per schiacciare i deboli ma per aiutarli, e la professoressa Vincenza Lotito che gli ha sempre detto che nella vita è meglio usare il cervello e studiare per comprendere le leggi dell’universo piuttosto che credere che ci siano persone che camminano sulle acque e donne che restano incinta per opera dello spirito santo.

A scuola il profitto è ottimo ma la condotta pessima, con note e sospensioni all’ordine del giorno. Il giovane Marrone dimostra insofferenza alle regole e promette a se stesso che mai si conformerà ad una cultura paesana che giudica primitiva, anche a costo di essere additato come “pazzo”. Anarchico insurrezionalista nel DNA, fa della trasgressione una delle sue ragioni di vita. Lascia presto Trinitapoli. Dopo il biennio al Liceo Scientifico di Margherita di Savoia vince il concorso, classificandosi sesto su tremila partecipanti, per l’ammissione alla Scuola Navale Militare “Francesco Morosini” di Venezia dove si innamora del mare e delle barche a vela. Riesce ad entrare nella squadra di vela del collegio ed a soli 17 anni fa parte dell’equipaggio della Marina Militare che nel ‘95 vince una delle regate più prestigiose al mondo, la Barcolana di Trieste. Si diploma nel ‘96. Nel ‘98 diventa ufficiale di complemento dell’Esercito che lascia dopo un anno e mezzo di servizio. La vita militare non è nelle sue corde.

Inizia a lavorare per un’agenzia che si occupa di corse di automobili, un impiego che gli permette di lavorare in tutta Europa, di conoscere diverse culture, di diventare cittadino del mondo. Quasi trentenne va a trovare suo fratello che vive ad Urbino e si innamora della città di Raffaello, città che lui definisce “la Svizzera in Italia”, una cittadina civile ed educata, tanto diversa dalla sua Trinitapoli. A trentacinque anni, durante una vacanza in Puglia, conosce una ragazza di Margherita di Savoia che sposa nel giro di quattro mesi. Dopo il matrimonio lavora come Chef nel ristorante della moglie e, sperando di far diventare la sua Trinitapoli simile alla civile Urbino, inizia il suo impegno politico. Fonda insieme ad un gruppo di amici il Movimento 5 Stelle a Trinitapoli e nel 2016 si candida a sindaco nella lista del Movimento. Sorprendendo tutti, la sua lista prende più di mille voti. Viene eletto consigliere comunale nelle fila dell’opposizione, come suo padre ed ancor prima suo nonno. Nel 2020 si ricandida nella lista Libera Trinitapoli ma non viene rieletto. Attualmente lavora come executive Chef presso l’Hotel dei Cavalieri di Barletta.

Sei stato uno degli esponenti più attivi dei gruppi di opposizione durante la passata amministrazione di centrodestra. C’è una proposta, una battaglia che hai condotto, di cui vai fiero, nonostante i costi sopportati in termini di fatica e di “comunicazione ostile”?

«Appena entrato in Consiglio comunale sono stato eletto nella commissione elettorale. Sin da subito sono riuscito a far cambiare il regolamento per la scelta degli scrutatori nelle varie elezioni, proponendo un sorteggio fra tutti gli iscritti nelle liste degli scrutatori tramite un software del Ministero. Questo sistema ha tolto ai partiti la possibilità di fare clientelismo ed ha dato a tutti i cittadini iscritti nelle liste la possibilità di svolgere questo importante compito senza dover dire grazie a nessuno.

Ho anche scoperto nei primi mesi del mio mandato che tante concessioni per i cartelloni pubblicitari sparsi per Trinitapoli erano scadute e molti concessionari non pagavano i tributi da anni. Tra l’altro, alcune istallazioni pubblicitarie erano del tutto abusive e chi le sfruttava non pagava nessun tributo al nostro comune. Ci vorrebbero pagine e pagine per ricordare ai lettori la miriade di battaglie consiliari e pubbliche condotte dai banchi dell’opposizione insieme anche agli altri colleghi. Mi limito a citarne una, in particolare, la più “curiosa”, quando abbiamo fatto “scoprire” alla Maggioranza che la frazione della raccolta del vetro andava venduta e non regalata, e che questa entrata serviva proprio ad abbassare la TARI per i cittadini. Gli amministratori della passata amministrazione di centrodestra hanno scoperto, grazie a noi, le tariffe del vetro e parole come Comieco, Conai, ecc. ecc.»

Con il senno di poi, quali sono state le motivazioni che hanno spinto il giovane Francesco Marrone ad intraprendere il percorso del Movimento 5 Stelle?

«Sono entrato nel Movimento perché all’epoca rappresentava quei valori in cui io credo e portava avanti molte idee che io approvavo, ma soprattutto perché mi ha dato la possibilità di fare politica nella mia Città senza dover vendere l’anima a nessuno.»

Ritieni che il Movimento, strutturato come un partito, possa in futuro riconquistare gli elettori perduti?

«Il Movimento si è già da tempo strutturato come un partito o quantomeno ha tentato di farlo, purtroppo chi ha guidato questa trasformazione si è dimostrato incapace e non all’altezza del compito. Il Movimento ha miseramente fallito, ed è un vero peccato, perché abbiamo avuto la possibilità, che forse non avremo più, di cambiare questa nazione. Il Movimento ha fallito la sua missione non per colpa degli altri partiti ma per colpa dello stesso Movimento. Fui profetico quando tanti anni fa, in una riunione provinciale, dissi che il Movimento sarebbe stato distrutto dal Movimento stesso e questo per colpa della natura umana. La vanità non è un peccato che appartiene solo agli altri partiti. Ma forse la colpa maggiore è degli attivisti, rei di aver accettato di tutto e di più, proprio come gli attivisti della sinistra italiana che silenti hanno accettato che il P.C.I. diventasse gradualmente la nuova Democrazia Cristiana

Attualmente lavori come Chef e, pertanto, ogni giorno devi preparare pietanze e sperimentare anche nuove ricette. Quale potrebbe essere una buona ricetta per far “gustare” meglio la politica ad una comunità afflitta dalla paura del Covid, senza grandi motivazioni ideali e, in parte, sdraiata sulle tastiere del computer?

«Se penso alla politica attuale, sia nazionale che locale, mi passa l’appetito; anzi, ho quasi un senso di disgusto. In cucina, quando sbagli qualcosa nella preparazione di un piatto alcune volte puoi, cambiando le dosi o aggiungendo nuovi ingredienti, “aggiustare” il piatto stesso. Ma nella maggior parte dei casi bisogna ammettere di aver sbagliato. Va buttato via tutto e si ricomincia da zero. La politica dovrebbe essere come la cucina “stellata” (nessun riferimento, ovviamente, ai 5 stelle!). Niente minestre riscaldate, solo ricette gourmet. I politici, come gli Chef stellati, devono essere innovativi, aperti al progresso ed al cambiamento, devono saper scegliere collaboratori esperti di ogni campo, proprio come i grandi chef scelgono gli ingredienti dei loro piatti. Il politico deve anche saper spiegare la propria “ricetta” ai cittadini, i quali devono essere commensali senza pregiudizi verso lo Chef innovatore e verso la sua cucina tanto diversa, giudicando solo dopo aver assaggiato il piatto. La mia ricetta più efficace è quella indirizzata a tutti coloro che non devono mangiare perché “ridotti alla fame” ma in quanto consapevoli della bontà del cibo offerto loro non dalla Caritas ma soltanto dalle entrate del proprio lavoro.

Il Covid è una grande occasione per riflettere sugli errori commessi in passato.»

Nella tua ancor breve vita hai svolto professioni e attività varie, tutte interessanti. Nei prossimi decenni, che “ferri del mestiere” sogni di avere nel cassetto: un mattarello per la pasta, penna e quaderno per scrivere oppure una fascia tricolore per inaugurare opere pubbliche?

«Devo dire che il mio attuale lavoro mi sta regalando tante soddisfazioni, soprattutto da quando ho abbandonato l’attività politica, ma non escludo assolutamente di poterlo lasciare per imbarcarmi in nuove avventure lavorative. Del resto, due cose mi spaventano: la morte e la noia. Intraprendere nuove sfide mi fa sentir vivo. Ho solo una vita da vivere e tante cose che voglio ancora fare. Purtroppo, ormai sono troppo vecchio per fare il pilota di Formula 1 o il pornoattore ma ci sono tante altre professioni che mi attirano. Sicuramente non smetterò mai di cucinare e di scrivere, sono due piaceri a cui non potrei rinunciare. Per quanto riguarda la fascia tricolore, credo che sia più facile che i Talebani eleggano Lady Gaga come loro rappresentante piuttosto che i casalini uno come me come loro sindaco.»

ANTONIETTA D’INTRONO

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