Gli slogan virali della politica non aiutano a riflettere e ad interpretare la complessità del mondo

TRINITAPOLI - Anni fa, i comizi, le assemblee di partito, i consigli comunali e le manifestazioni di piazza diventavano un’occasione per apprendere, per ascoltare discorsi di grande spessore politico e proposte che sollecitavano discussioni e riflessioni. Molti braccianti analfabeti hanno imparato a esprimersi bene in pubblico frequentando, ad esempio, le sezioni dei partiti, come quello comunista dove, una volta a settimana, si commentavano gli articoli de “L’Unità”, il quotidiano che veniva distribuito la domenica in piazza e nelle case degli iscritti. I compagni più colti e disponibili, inoltre, avevano l’incarico di insegnare a leggere e scrivere a coloro che lo richiedevano, perché la cultura e l’istruzione erano considerate una priorità nella vita dei meno abbienti. Leggere, per molti, era una legittima difesa dalle ingiustizie e dalle prevaricazioni dei potenti della terra. Non rimpiangiamo, ovviamente, quel periodo di povertà e analfabetismo, ma apprezziamo, invece, l’alta valenza che la politica aveva: uno strumento essenziale per conquistare diritti e acquisire conoscenze necessarie per migliorare la qualità della vita.

Oggi i partiti non svolgono più questa funzione culturale e i consigli comunali sono riservati a pochi intimi. I talk show urlati e il web hanno sostituito gli oratòri di un tempo che frequentavano le scuole di partito e tutto si è ridotto a slogan da memorizzare facilmente e da far divenire opinione comune.

Il discorso politico si è notevolmente impoverito. Fioriscono da qualche anno gli “emologismi”, cioè parole che funzionano come emoticon o emoji. Sono una sorta di parole simbolo o per meglio dire parole icona. Il professore di Linguistica dell’Università di Cassino, Giuseppe Antonelli, nel suo ultimo libro (Volgare Eloquenza, Come le parole hanno paralizzato la politica, Editori Laterza, 2017) ha elencato (pag. 6) qualche esempio, che trascriviamo, ricavato dalla politica italiana degli ultimi decenni:

LIBERTÀ. “Il polo delle libertà”, “La casa delle libertà”, “Il popolo della libertà”: libertà è stata la parola chiave di tutta l’esperienza politica berlusconiana.

MIRACOLO. Il “nuovo miracolo italiano” promesso da Berlusconi nel 1994 va ben oltre l’economia e ripropone la mistica del capo come “uomo della provvidenza” e “unto dal Signore”.

VAFFA. Con il V-day dell’8 settembre 2007 il turpiloquio diventa per la prima volta la bandiera di un movimento politico: è l’esito estremo del passaggio dal “politichese” al “gentese”.

ONESTÀ, ONESTÀ. Il grido di piazza dei Cinque Stelle riprende il mito già ottocentesco del “partito degli onesti”: quello che Norberto Bobbio definiva “una truffa reazionaria”.

ROTTAMAZIONE. Matteo Renzi la usa in un’intervista dell’agosto 2010 e diventa subito un marchio di fabbrica, del quale poi fatica a liberarsi.

NOMADARE. L’emologismo deve essere nuovo ma non troppo, così lo sprezzante verbo lanciato dalla Meloni (“se sei nomade devi nomadare”) non riesce a diventare una parola d’ordine.

PRIMA GLI ITALIANI. Lo slogan radicalizza l’interesse nazionale caro a Fini, ricalcando l’America first di Trump (ma il “Si può fare” ricalcato sul Yes, we can non portò fortuna al PD).

Queste e altre parole, come il popolare “inciucio” di origine napoletana, stanno diventando l’emblema di un’epoca che riduce “il popolo sovrano” a “popolo bue”.

Ci troviamo spesso di fronte ad un linguaggio elementare, “refrattario al ragionamento, che al logos preferisce i loghi”. È una lingua piena di slogan virali che non aiuta a riflettere e ad interpretare la complessità del mondo, una lingua che veicola rozzezza, semplicismo e aggressività.

Nella miriade di analisi politiche che sono state fatte dall’alba del 5 marzo scorso in poi, forse i vincitori dell’ultima competizione elettorale dovrebbero accendere una candela anche alla Beata Ignoranza e alla Sacrosanta Superficialità.

Lo slogan, invece, che dovrebbe essere ripetuto, instancabilmente, da mattina a sera è: Leggere per legittima difesa!

ANTONIETTA D’INTRONO (Foto - Trinitapoli, anni '60: uno dei tanti comizi affollatissimi di contadini)