Benyamin Somay racconta agli studenti di Trinitapoli la sua drammatica odissea di profugo politico

TRINITAPOLI - Benyamin Somay non è uno scrittore. Lo ha subito dichiarato agli studenti del Liceo “Staffa” di Trinitapoli prima di incominciare un incontro che difficilmente riusciranno a dimenticare.

Il suo libro, Il vento ha scritto la mia storia, Edizioni la meridiana, è il racconto autobiografico di un’esistenza trascorsa sui monti del Kurdistan iraniano a lavorare come pastore e in seguito come fornaio, una vita povera ma felice perché colma dell’affetto della famiglia e delle tradizioni del popolo curdo. All’età di 22 anni, dopo l’arresto di un amico partigiano, Benyamin ha dovuto lasciare il suo paese per mettersi in salvo in Europa ed ha incominciato un viaggio allucinante divenuto, strada facendo, una corsa ad ostacoli. Ha attraversato il mercato nero dei trafficanti di merce umana, i fili spinati delle dogane e delle polizie di frontiera, ha sentito forte i morsi della fame e l’arsura della sete, ha rischiato di morire assiderato per il freddo o schiacciato da altri corpi tremanti e atterriti sul fondo di un gommone ed ha subìto la più profonda delle ingiustizie e cioè quella di essere “fermato” in gattabuia senza aver commesso alcun reato se non quello di rivendicare il diritto di esistere. Le sue peregrinazioni sono descritte nel libro senza alcun vittimismo lacrimevole. Si avverte, anzi, una sorta di comprensione nei confronti di coloro che sono costretti a scacciare i profughi “forse” perché non conoscono la storia del popolo curdo mentre aleggia in qualche pagina la speranza per un mondo senza muri e barriere, senza armi e respingimenti.

I brani poetici che iniziano ogni capitolo rendono universali le sofferenze di un’umanità che lotta per la libertà dal bisogno e per l’autodeterminazione. Benyamin, comunque, si ritiene fortunato perché ha trovato in Italia, soprattutto nel Centro di Accoglienza “Don Tonino Bello” di Otranto, una seconda famiglia e tanti nuovi amici che gli hanno consentito di sognare un futuro di pace e di “convivialità delle differenze”.

Parola dopo parola, durante le ore trascorse con i giovani studenti trinitapolesi, la discussione si è spinta sino ai drammatici attentati dell’Isis e alla lotta dei Peshmerga e delle YPG, le formazioni curde di difesa del popolo, gli unici guerriglieri che hanno combattuto l’Isis. La storia dei curdi non è molto nota in Italia e appare inconcepibile, in particolare ai giovanissimi, che un intero popolo di quasi 40 milioni di persone sia privo di autonomia culturale e politica, obbligato a sottostare a regimi dittatoriali che lo reprimono senza riserva alcuna, con torture, distruzioni di villaggi e tante menzogne internazionali. Un fuoco di fila di domande è infatti seguito alla narrazione del trentenne Benyamin che ha risposto a tutti con la saggezza di chi ha attraversato l’inferno del terrore di perdere la vita e di non poter più rivedere i propri cari.

Perché - ha chiesto Savio - non sei restato sulle montagne con i guerriglieri a combattere i nemici del tuo popolo ed hai preferito fuggire?

Benyamin ha risposto che, con il cuore, è con i suoi fratelli curdi che stanno combattendo sulle montagne. Non è, però, caratterialmente disponibile ad imbracciare una mitragliatrice. Ha la forza, invece, di girare in lungo e in largo l’Italia per spiegare quello che sta succedendo al suo popolo. Il suo libro potrebbe diventare un’arma molto più letale di una mitragliatrice per sconfiggere definitivamente la disinformazione e le menzogne che creano una cortina di indifferenza nei confronti della tragedia del popolo curdo.

ANTONIETTA D’INTRONO