GENERAZIONE FUTURO - Nella città futura di Floriana Chicco scomparirà l’insulto di “donne di strada”

TRINITAPOLI - Floriana Chicco, dopo la maturità socio-psicopedagogica, ha proseguito la formazione umanistica iscrivendosi all’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, dove nel 2020 ha ottenuto, con il massimo dei voti, la Laurea magistrale in Scienze Filosofiche con una tesi in Storia della filosofia dei diritti umani. Ha conseguito nel 2018, dopo la Laurea triennale in Filosofia, lo Short Master in “Teorie e didattiche delle differenze: femminismi e saperi di genere”, presso l’Università di Bari “Aldo Moro”, e un Master in Management delle Risorse Umane presso la Spegea Business School di Bari. Collabora da anni all’organizzazione del Festival delle donne e dei saperi di genere e al Corso di Storia e didattica della Shoah, organizzati presso l’Università di Bari, e ha come principali interessi i gender studies, i temi e la storia dei femminismi e dei diritti umani.

Ho fatto patti chiari con i ragazzi che hanno accettato di essere intervistati: le domande le faccio io ma il luogo dell’incontro devono sceglierlo loro. È interessante sapere se ci sia una parte del paese che per loro riluce in modo particolare oppure se una piazza, una strada, un quartiere, un giardino siano legati strettamente alla loro storia personale. È una “luccicanza” della loro identità, come l’attore e narratore Marco Baliani definisce i piccoli eventi della propria vita.

Floriana Chicco mi ha dato un appuntamento ben preciso sotto la grande quercia, il monumento verde di Trinitapoli che troneggia all’incrocio di via Marconi, via Cairoli e viale Libertà. Anni fa abitava, infatti, nei pressi di quell’albero maestoso che le ricorda l’infanzia e i tempi in cui il cancello del giardino pubblico, ancora recintato, veniva chiuso ogni sera dal giardiniere, soprannominato “Ndèrrmascì”, un uomo che spesso era costretto ad urlare per staccarla letteralmente dai suoi giochi e farla uscire. La nostra è una conversazione autunnale interrotta, di tanto in tanto, dalle foglie che volteggiano sui capelli di entrambe.

Come occupa il tempo una filosofa?

Mi auguro di diventare una filosofa, oltre che un’insegnante di “Storia della Filosofia”. Per il momento studio, rifletto, approfondisco e soprattutto scrivo. Ho scritto articoli e contributi per alcuni blog come Società Filosofica Italiana (sezione Bari) e Filosofemme. Ho pubblicato per la rivista Post-filosofie (n. 11, anno 2018, numero monografico, a cura di F. R. Recchia Luciani e I. Ponzio) uno studio dedicato a Teorie femministe e saperi di genere. Sulla scia della scrittrice femminista americana Audre Lorde, ho scritto: Le donne e la bellezza: strumento di tirannia patriarcale o spazio del desiderio? Inoltre (nel num. 12, anno 2019) un articolo dedicato a Le rivoluzioni dell’alterità ed un altro intitolato Decostruzione del simbolico materno. É. Badinter, B. Duden, A. Rich: un dibattito femminista tra seconda e terza ondata.

Faccio parte della Segreteria di redazione e curo l’editing della rivista Post-filosofie”.

I tuoi coetanei tendono ad andare via dai paesi che non offrono molte opportunità lavorative e che non hanno l’animazione della grande città. Al di là della necessità di emigrare per lavoro, che cosa pensi della vita di provincia?

Il vantaggio di vivere in una piccola cittadina è quello di sfuggire alla dimensione temporale inaugurata dalla modernità ed esasperata dalla post-modernità, la velocità, e alle strade paralizzate dal traffico veicolare delle metropoli, per assaporare ancora la dimensione temporale tipica della pre-modernità, la lentezza, che consente di immergersi e perdersi tra le vie attraverso la peripatetica arte del camminare. Come il flâneur di Charles Baudelaire, colui/colei che vaga senza fretta, camminando possiamo esplorare la città, curiosare ed interpretarla.
Assimilare ciò che si osserva, facendone un’esperienza intima, significa riconquistare il tempo, scansare la frenesia e riconnettersi con l’ambiente circostante.
Insomma è un vantaggio che dovremmo tentare di non perdere”.

Come immagini la città eco-femminista del futuro?

L’idea di una città più femminista nasce dalla lettura di Feminist city: claiming spaces in a man-made world di Leslie Kern - docente di geografia urbana ed esperta di studi di genere alla Mount Allison University - che rivendica il potere della pianificazione urbanistica e architettonica nel trasformare il disegno di una città e ridefinire l’assetto sociale e i ruoli identitari.

Nella storia lo spazio urbano delle donne è sempre stato diverso da quello degli uomini, più limitato, marginale, controllato, e con un salto di valore indebito sul piano della natura, si è giustificata una cultura dualista e oppositiva per cui i luoghi delle donne privilegiati sono stati per antonomasia delle isole: la casa, la chiesa, il mercato, la bottega.

Lo spazio pubblico è il palcoscenico degli uomini, ogni riferimento pubblico nella vita delle donne invece è un insulto, “donna di strada”, “puttana”, “donna di marciapiede”, provocatrice e oscena. Ancora oggi, esattamente come nei secoli precedenti, la strada porta con sé quel marchio di estraneità e di proibizione per le donne che sono oggetto di consumo violento da parte degli uomini (stuprate perché “se la cercano” o “sono vestite in un certo modo”). Dare il nome di una donna ad una via, è un gesto simbolico, ma illuminante per la riappropriazione di quel luogo e per l’affermazione del ruolo delle donne in società. La città femminista, sulla base dei bisogni e dei desideri di tutti/e, è la città che lascia spazio a diverse culture, a diversi modelli di famiglie, estinguendo una volta per tutte quella patriarcale spacciata con il termine “tradizionale”.

Riscoprire la città come luogo di scrittura in cui sono stratificate tante storie è il preludio per tracciarne nuove, aprire nuovi percorsi, ridisegnare una nuova mappa senza frammenti, senza vuoti e pericoli per nessuno. Conoscere la propria città ci induce a riaffermare il nostro diritto all’uguaglianza, alla sicurezza, alla bellezza, e a costruire una città utopica di platonica memoria in cui la meraviglia e lo stupore, mentre si cammina, debbano regnare sovrani.

Quando Heidegger scrive che gli uomini e le donne “abitano poeticamente il mondo” utilizza il verbo bauen che significa sia abitare che “costruire”, così partecipare al progetto della nostra città, immaginare e fantasticare, significa annientare l’incombenza della virtualità e mantenere vivo e solido il legame con la realtà.

Floriana Chicco non si limita soltanto a sognare la città futura. Ogni giorno “ne abita e ne costruisce” un pezzetto partecipando attivamente alle iniziative dell’ANPI, di cui fa parte del direttivo e, di recente, dando una mano alla scuola elementare “Don Milani” nell’opera immane e suggestiva di allestimento dell’archivio storico di tutti i documenti scolastici (pagelle, relazioni docenti ecc.) a partire dagli inizi del secolo scorso.

ANTONIETTA D’INTRONO