GENERAZIONE FUTURO - Lo studio ha aiutato Gurjit Kaur a superare tutte le barriere

TRINITAPOLI - Gurjit Kaur ha 19 anni ed è originaria del Punjab. La sua famiglia si è trasferita in Italia nel 2006. Ha frequentato il Liceo Scientifico “Aldo Moro” di Margherita di Savoia ed attualmente è iscritta al primo anno di Medicina a Roma. Ha ereditato dalla mamma, insegnante di matematica in India, la passione per le materie scientifiche. Negli ultimi anni del liceo ha partecipato al progetto “European Student Council (ESC)” confrontandosi con studenti di molte scuole europee su problematiche quali la parità di genere e lo sviluppo sostenibile.

Ho conosciuto Gurjit in occasione della sua ricerca sulla parità di genere che aveva presentato a Bruxelles, come membro dell’European Student Council. Per intervistarla sono andata tre anni fa nella sua casa in campagna, nei dintorni di Trinitapoli, dove suo padre lavora. Ho ancora il piacevole ricordo di un pomeriggio primaverile punteggiato di colori (i fiori e il sari di sua madre), di profumi (il tè indiano e le spezie), e di racconti di una terra lontana (l’India).

Le ho chiesto di scegliere il posto dove incontrarci e la sua risposta è stata quasi un’ode alla campagna, il luogo ideale per lei per sfuggire allo stress e per ritrovare la concentrazione giusta per studiare. Mentre parla, volge i suoi grandi occhi neri verso le piante del giardino.

“Quando devo terminare un compito impegnativo e sono a corto di tempo, esco in giardino e non mi sento più vincolata dalle lancette perché nessuno misura la fioritura delle piante in ore o minuti. Qui intorno si estendono uliveti e vigneti a perdita d’occhio, allineati e identici, mentre in questo piccolo angolo riesco a cogliere la varietà delle specie vegetali. In ogni stagione il giardino ha un aspetto diverso: cambiano colori, odori e imparo ad apprezzare ciò che ogni periodo dell’anno offre. Prof., glielo consiglio!”

“Mi hai convinta, Gurjit. Prima che arrivi l’inverno verrò a fare una passeggiata con il mio cane su questi tratturi scacciapensieri, tra i filari di ulivi e il profumo del mosto. Quindi è anche grazie a questa pace agreste che sei riuscita a superare tutte le difficoltà che hai incontrato al tuo arrivo in Italia?”

“Sì, infatti. E confesso che sono state veramente tante, in gran parte legate alla burocrazia. Quando i miei genitori hanno chiesto il ricongiungimento familiare, il visto è stato concesso ad una sola persona, a causa del reddito. Una, tra me e mia madre, sarebbe dovuta rimanere in India. Avevo appena 4 anni ed abbiamo perciò deciso che era meglio riprovare l’anno successivo cercando, nel frattempo, di migliorare la situazione economica. Dopo un anno abbiamo ottenuto entrambe il visto. I primi giorni in Italia li abbiamo trascorsi tra ambasciata, prefettura, questura e comune per metterci in regola con tutti i documenti. Non ho potuto iniziare subito la scuola elementare perché la data dell’arrivo in Italia era successiva alla scadenza delle domande per il trasporto comunale e, considerando che abito in campagna a 9 km da Trinitapoli, senza il pulmino non potevo raggiungere la scuola. Mi è dispiaciuto non fare la “primina”, ma ho incontrato persone a cui è andata peggio perché hanno perso tre anni di scuola a causa della mancanza di documenti. Perdere il posto di lavoro significa non avere più il diritto di rimanere in Italia. Questo senso di precarietà constante aumenta la frustrazione e accompagna la vita degli immigrati. Non è stato, comunque, un anno sprecato. La mamma mi ha insegnato le prime parole di italiano grazie ad un dizionario. Poi i docenti ed anche i compagni di classe hanno avuto la pazienza di spiegarmi il significato di tante parole nuove. Un passo importante è stato il PON d’inglese dove anche i genitori erano invitati. Durante quegli incontri le mamme hanno consolidato la loro amicizia ed abbiamo ricevuto delle informazioni molto utili su opportunità di cui non eravamo a conoscenza come le esenzioni dal ticket, il congedo parentale e i bonus libri. Se non fosse stato per loro non avremmo avuto quei benefici. Gli altri erano troppo impegnati ad approfittare della nostra ignoranza per il loro guadagno. Il sindacalista chiedeva 50 euro per l’ISEE e la domanda di disoccupazione, sostenendo che tutti gli italiani pagavano quella cifra per ogni singola pratica. L’avvocato voleva essere pagato per compilare la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno mentre l’ambasciata, invece di essere un punto di riferimento, le studiava tutte per rinnegare il rinnovo del passaporto se la richiesta non era presentata attraverso le agenzie qualificate che, ovviamente, pretendevano la loro parte. Per fortuna ora non rappresentano più un problema perché ho imparato a compilare i moduli da sola. Ho tanti amici fidati e la scuola e lo studio mi hanno aiutato a superare tutte le barriere burocratiche, linguistiche e culturali. Ho frequentato la scuola primaria e secondaria di primo grado “Garibaldi Leone” a Trinitapoli e poi il Liceo Scientifico “A. Moro” di Margherita di Savoia. Sono stata per tre anni un membro dell’European Student Council, un progetto che coinvolge studenti di altre scuole europee con i quali abbiamo discusso sulla parità di genere e l’Agenda 2030. Tra poco inizierò il corso di “Medicine and Surgery” all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e sarò anche un’allieva del Collegio dei Cavalieri del Lavoro “Lamaro Pozzani”.

“Dopo la laurea in Medicina, intendi rimanere in Italia oppure tornare in India?”

“Non ho intenzione di tornare in India perché sono consapevole che sarei di poca utilità nel mio paese d’origine. Molte mie amiche si sono laureate ma quasi nessuna lavora. In aggiunta, il sistema sanitario indiano è segnato da profonde disuguaglianze nell’accesso ai servizi. Le famiglie meno abbienti devono ricorrere a prestiti per pagare le spese mediche e alcuni medici sono così cinici da mentire ai familiari sullo stato di salute dei pazienti per far lievitare i costi. Non credo che la preparazione universitaria sia sufficiente per affrontare le contraddizioni che soffocano il mio paese. Avrò bisogno di molta più esperienza. MI piacerebbe svolgere la specializzazione all’estero. Il confronto tra l’organizzazione dei diversi sistemi permette di cogliere i rispettivi punti di forza e debolezza. In principio vorrei sfruttare tutte le occasioni di approfondimento e crescita professionale, anche nei paesi extraeuropei, e solo dopo ho intenzione di scegliere un paese in cui stabilirmi in maniera definitiva. Se mi sarà possibile cercherò una mediazione che possa beneficiare il mio paese d’origine senza trascurare l’Italia, che ha investito nella formazione di giovani come me.”

“Hai discusso con molti studenti europei, nell’European Student Council, di sviluppo sostenibile. Se avessi la possibilità di decidere, che cosa faresti per rendere la città di Trinitapoli più eco-sostenibile?”

“Negli ultimi anni a Trinitapoli i progetti per la sostenibilità sono aumentati. Il problema è che restano delle esperienze isolate che non diventano delle azioni quotidiane della maggioranza dei cittadini. Iniziative come “bike to wetlands” sono ottime per il turismo e potrebbero essere utili per ridurre il traffico se applicate anche in città. Poche sono le persone che svolgono le commissioni in bici e la maggior parte sceglie di accompagnare i figli a scuola con la macchina anche per ragioni di sicurezza. Se i parcheggi, ad esempio, in prossimità dell’Ufficio Postale fossero a pagamento e quest’ultimo facilmente raggiungibile con la bici, magari attraverso stradine riservate ai ciclisti, in pochi vi si recherebbero con la loro auto. Infine se il Comune prendesse seriamente in considerazione l’introduzione di un pulmino aggiuntivo per il traporto dei bambini, richiesto più volte dai genitori, sono certa che il traffico si ridurrebbe. L’obiettivo è rendere il ciclismo e il trasporto pubblico più vantaggiosi delle auto per spostarsi a Trinitapoli”.

“E per l’inclusione, che faresti, alla luce della tua esperienza di immigrata?”

“Un primo passo potrebbero essere i corsi di lingua per i cittadini stranieri che permettano di ottenere le certificazioni di conoscenza della lingua italiana richieste in Questura. Molti pagano per averne una falsa perché i corsi non sono disponibili nelle loro città e perdono così l’opportunità di integrarsi davvero nel nuovo paese. Ancor meglio sarebbe riproporre un’esperienza simile al PON di inglese perché gli incontri prevedono la presenza di cittadini stranieri e italiani e rappresentano un momento di confronto e di crescita”.

Gurjit ha cominciato a frequentare la facoltà di Medicina con la determinazione che la contraddistingue e con la speranza di poter diventare una brava chirurga tra qualche anno. L’augurio è che possa lavorare a Trinitapoli, cioè nel paese che l’ha conosciuta come una brillante e seria studentessa.

ANTONIETTA D’INTRONO