Trinitapoli verso il Natale: la vigilia dell’Immacolata raccontata da Grazia Stella Elia

TRINITAPOLI - Secondo la tradizione, sin dal primo dicembre si dava inizio alla novena per l’Immacolata, con pratiche religiose, particolari preghiere e canti, incluso quello in latino Tota pulchra. L’atmosfera della festa iniziava con i falò della vigilia dell’Immacolata, quando il pranzo si saltava, per riunirsi a tavola al calar della sera, mangiando cibi a base di magro, escludendo cioè ogni tipo di carne: cime di rapa bollite e condite con olio e peperoncino o con acciughe sfritte, oppure rape stufate; frittelle e pettole semplici o farcite in vario modo: con pomodoro e mozzarella, con baccalà fritto o con ricotta piccante (la cosiddetta recötta scquande), baccalà in umido, al forno o fritto col pomodoro, cavolfiori fritti e il famoso “calzone” farcito con tanta cipolla (i spunźöle) sfritta, uvetta (i pàsele) e olive snocciolate e, per i più ricchi, capitone fritto o arrostito alla brace.

Giungeva poi il momento dei falò, alimentati da legna di vario genere e grandezza, già raccolta dai ragazzini nei campi per la gioia di comporre i cumuli fiammeggianti che, secondo la credenza popolare, portavano messaggi di preghiera alla Vergine Immacolata e, secondo molti, avevano un significato di purificazione. S’innalzavano, nel buio, le scintille dei falò. Cumuli di sarmenti e di frasche li rendevano alti, perché incendiassero la sera, perché le faville raggiungessero le stelle... Mentre il fuoco ardeva con coloratissime fiamme, i bambini gli lanciavano i bigliettini, su cui avevano scritto i loro pensieri per Gesù Bambino, a cui dovevano giungere attraverso le nuvole di fumo. Quando la legna si era arsa tutta, la gente del vicinato riempiva di brace il braciere (la vrasciöre) e lo portava in casa. A quel tepore rimaneva ancora la famiglia, intenta a recitare il rosario, prima di andare a letto.

Per quanto concerne i falò, va detto che si tratta di un’antica tradizione comune a molti luoghi della Puglia; famose le “fanove” di Castellana Grotte, dove grandi pire ardono dalla vigilia di Natale all’Epifania, fino ai giorno dedicato alla Madonna della Vetrana, protettrice dei Castellanesi. In quel giorno, come vuole la tradizione da più di tre secoli (dal 1691 quando Castellana fu risparmiata dalla peste), il paese viene rischiarato e riscaldato per tutta la notte dalla luce e dal calore dei falò, che continuano ad ardere fino all’alba.

GRAZIA STELLA ELIA (Testo tratto dal libro “Il matrimonio e altre tradizioni popolari”)